Braccianti

SIFUS CONFALI – SETTORE – BRACCIANTI AGRICOLI

L’esperienza con i braccianti agricoli etnei rappresenta il punto di partenza, la palestra in cui si sono fatti le ossa gran parte dei sindacalisti fondatori del SIFUS.
Un’esperienza maturata spontaneamente, frutto del sempre eterno e mai superato, conflitto tra capitale e lavoro.
Questa esperienza nasce e si sviluppa dal 1998 e continua sino ad oggi più forte e radicata di prima.
Facciamo un po’ di cronistoria.
Alla fine degli anni 90, l’obiettivo principale di tutti quei soggetti che intraprendevano la via sindacale non era quella di “fare sindacato” , nel senso più vero del concetto, occuparsi cioè della rivendicazione dei diritti e delle tutele dei lavoratori, ma era quello di aprire “sedi territoriali” in cui coinvolgere lavoratori e cittadini, per offrire loro servizi efficienti ed efficaci. Centri servizi da cui poter trarre reddito e, all’occorrenza, bacini di voti.
Era il particolare momento storico ad imporre questo nuovo modo di vedere il lavoratore. Il lavoratore, il lavoro, l’intero sistema su cui si era retto sino ad allora il sistema medesimo, era mutato. Non era ancora passato un decennio dalla caduta del muro di Berlino, ma il capitalismo aveva già vinto su tutti i fronti, imponendo le proprie regole e raccontandoci che era stato superato il conflitto tra capitale e lavoro.
Si era passati dal pensiero dominante al pensiero unico.
Nelle trattative tra Governo e Sindacati confederali si era passati dall’utilizzare lo storico strumento della trattativa (il cui risultato dipendeva dal potere contrattuale ) a quello della concertazione.
Con l’ingresso della concertazione nella scena politico – sindacale, nei tavoli del confronto, la bilancia non pendeva più dalla parte dei diritti e delle tutele ma dalla parte delle compatibilità che il più forte era disposto a concedere.
Il ruolo dei sindacati diveniva sempre più simile a quello dei pompieri. Sedare e poi sedare le richieste della controparte accettando concessioni anche insignificanti.
In compenso però, ricevevano strumenti preziosi per “vendere servizi” ai lavoratori e ai cittadini: i CAAF, poi i CAA, poi gli enti bilateri, i fondi pro formazione, ecc.
Era la fase in cui, anche la sinistra italiana ( Prodi e D’Alema) ci spiegava che per lavorare bisognava che tutti diventassimo imprenditori, visto che il posto fisso era improponibile. La chiamavano new economy e serviva a giustificare la decimazione dei diritti per i lavoratori, facendo passare per necessarie le forme di precariato introdotte dal cosiddetto pacchetto Treu.
In questa particolare fase storica, i futuri fondatori del SIFUS, aprivano in provincia di Catania le prime sedi sindacali con la sigla UCI ed iniziarono a muoversi, in veste sindacale, con il movimento braccianti, più avanti battezzato movimento braccianti e forestali.
Si resero immediatamente conto che non bastava aprire sedi con insegne luminose per renderle attraenti ai lavoratori e, nella fattispecie, ai braccianti agricoli.
L’unica attrazione per avvicinare i braccianti alle sedi era quella di “fare sindacato”, il vero sindacato, quello che i padri nobili (a partire da Giuseppe Di Vittorio) protagonisti del glorioso movimento contadino ci avevano insegnato.
I futuri fondatori del SIFUS provarono sulla propria pelle quanto fosse attuale il conflitto tra capitale e lavoro.
Se, infatti, questo “falso storico” fosse stato vero, il bracciante agricolo non avrebbero avuto più bisogno del sindacato ma solo di centri di servizio per sbrigare le pratiche. Se fosse vero non esisterebbe più il problema del lavoro nero nè di quello grigio. Se fosse vero non esisterebbe il problema delle aziende agricole che diventano fantasma solo dopo i controlli ispettivi delle denunce trimestrali tardive, degli indebiti. Se fosse vero i braccianti non dovrebbero, nel 2020, ancora rivendicare la cosiddetta “riconferma delle giornate” nei casi di calamità. Se fosse vero non esisterebbe il problema dello sfruttamento del lavoro immigrato ed autoctono e i CCNL non sarebbero un optional.
Purtroppo, questi problemi non solo ci sono sempre stati, ma oggi sono più attuali che mai.
Basta pensare che i problemi che vivono i braccianti agricoli oggi sono sostanzialmente simili (cambia qualche sfaccettatura) a quelli vissuti dai loro colleghi Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia prima di essere assassinati ad Avola il 2 dicembre del 1968, durante una manifestazione di protesta.
Nel 1998 dunque, il gruppo dirigente che un decennio dopo avrebbe fondato il SIFUS partendo dalla strada, si fece sindacalista sul modello antico. Studiò e si appassionò ai problemi dei lavoratori agricoli sporcandosi con loro le scarpe in campagna. Portò questi problemi nelle piazze per renderli di tutti e per riceverne la forza, con la quale poter entrare in quei palazzi in cui si risolvono i problemi.

La prima e più significativa vertenza che questo gruppo dirigente si trovò davanti interessava migliaia di braccianti catanesi e specificatamente dei comuni del calatino e di paesi siti alle pendici dell’Etna. Braccianti accomunati dall’aver prestato attività lavorativa con le cosiddette cooperative senza terra.
Si chiamano cooperative senza terra quelle imprese, sviluppatesi nel catanese, come funghi, negli anni 90, che assumevano manodopera agricola pur non essendo proprietari dei terreni.
Gran parte di queste erano imprese satelliti di aziende agricole rinomate che venivano usate dagli pseudo-imprenditori per assumere manodopera da utilizzare nell’azienda principale (al fine di versare parte di contributi previdenziali o, addirittura, di non versarli affatto) o per assumere finti braccianti (solo sulla carta ) disposti a pagare le giornate lavorative allo scopo di percepire dall’INPS l’indennità di disoccupazione e l’accreditamento dei contributi previdenziali.
Altre cooperative senza terra nascevano per raccogliere frutta conto terzi, approfittando della facilità di costituzione, di evasione e di elusione dei contributi.
In ogni caso, truffe o non truffe, i braccianti veri che con le cooperative lavoravano in qualsiasi fase della produzione agricola, erano divenuti le vittime innocenti del nuovo sistema.
Quando venne finalmente fuori il sistema “truffaldino” che si nascondeva dietro le cooperative senza terra, l’INPS bloccò i pagamenti delle disoccupazioni agricole e l’accreditamento dei contributi previdenziali a tutti quei braccianti che avevano lavorato con queste, punendo indistintamente lavoratori falsi e lavoratori veri. In sintesi, venne fatta giustizia sommaria.
Il tutto perchè l’INPS, ieri come oggi, non effettua i controlli ispettivi nel corso del rapporto lavorativo ma può farlo anche a distanza di anni.
In quell’occasione i sindacati confederali, per ovvie ragioni, non ebbero il coraggio di scontrarsi con l’INPS, lasciando così “veri braccianti” senza alcuna difesa.
Come sempre accade, da un momento negativo per qualcuno, viene fuori qualcosa di grande per altri: l’estraniarsi dei sindacati confederali da questo scenario e il conseguente “rimanere in solitudine” dei braccianti, lasciò campo libero al futuro gruppo dirigente del SIFUS, permettendogli così di rivendicare il riconoscimento dei rapporti di lavoro di questi lavoratori abbandonati.
Fu l’inizio di una lunga stagione di lotte. Dapprima, attivando interlocuzioni con l’INPS a tutti i livelli ( provinciale, regionale, nazionale) e con il Ministero del Lavoro, ma senza immediato successo. Proseguendo con una serie di manifestazioni di protesta davanti le sedi INPS di Caltagirone, di Adrano, di Paternò, di Catania; organizzando diversi blocchi stradali sulla Catania-Gela, sulla 284 tra Adrano e Biancavilla, per arrivare al famoso blocco dei caselli autostradali di San Gregorio che determinò la paralisi della Sicilia orientale. Fu allora che le istituzioni preposte iniziarono ad ascoltare ed a ragionare.
Il Prefetto di Catania, Dott. Finazzo per porre fine al blocco dei caselli, si impegnò con i manifestanti a convocare in Prefettura il dirigente dell’INPS nazionale, addetto alla soluzione della vertenza, con l’obiettivo di affrontare e risolvere il problema.
L’incontro con il dirigente dell’INPS nazionale, chiamato in Prefettura il giorno successivo al blocco dei caselli, diede i frutti sperati poiché venne accolta la soluzione prospettata dal movimento di lotta.
Entro un paio di mesi, così come garantito dal Prefetto Dott. Finazzo, vennero sostanzialmente riconosciuti i rapporti di lavoro prestati dai braccianti veri e vennero, di conseguenza, liquidate le disoccupazioni agricole ad essi legati.
Ovviamente, questa massiccia azione sindacale, conclusasi con una grande vittoria, non solo servì a dare risposte e soluzioni concrete a 6-8 mila braccianti, ma servì sopratutto a caratterizzare positivamente l’immagine del sindacato e dei suoi dirigenti ( Alfredo La Delfa, Angelo e Salvo Tomasello, Lino Masi ed altri).
A quella vertenza, ne seguirono tante altre, diverse tra loro, fino a quando è stata costruita, nel 2016, una proposta di piattaforma di riforma di tutto il settore bracciantile consegnata, tramite il Sottosegretario, On. Gennaro Migliore, all’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Oggi, il SIFUS è in campo, più motivato che mai a sostegno di quella piattaforma che ( è stata riveduta ed aggiornata) si pone sempre l’obiettivo strategico di rivendicare i diritti negati dei braccianti agricoli.
Roma 24-02-2020 Maurizio Grosso